Giovanni Piccoli

VAJONT – INTERVENTO 09/10/13

Signora Presidente, onorevoli colleghi, è con profonda emozione che intervengo per ricordare un evento che ha segnato la vita di moltissimi miei conterranei e che in pochi minuti ha trascinato una valle, una provincia, un’intera Nazione dal sogno e dalla sfida delle grandi opere idrauliche del secondo Dopoguerra all’incubo di una tragedia senza precedenti nel mondo.

Sono trascorsi cinquant’anni da quando, alle ore 22,39 del 9 ottobre 1963, 260 milioni di metri cubi di roccia e detriti si staccarono dal monte Toc, al confine tra le Province di Belluno e Pordenone, e scivolarono alla velocità di circa 100 chilometri all’ora nel bacino artificiale creato con la costruzione della diga sul torrente Vajont, affluente del Piave. 260 milioni di metri cubi: circa cento volte il volume della Grande piramide di Cheope. Il bacino fu sommerso, quasi scomparve. Un’onda alta più di 100 metri superò la diga e si schiantò sull’abitato di Longarone con una violenza inaudita, lambì Castellavazzo, mentre anche a monte una seconda cuspide d’acqua devastava agli abitati di Erto e Casso. Dopo qualche minuto, il Piave scorreva ad un’altezza paurosa, portando con sé circa 2.000 morti per decine di chilometri.

Lo sbarramento del Vajont fu costruito dalla SADE, con il fine di creare, nell’ambito del sistema idraulico del Piave, un volume di 160 milioni di metri cubi d’acqua per uso idroelettrico ed irriguo. In tre anni, dall’estate del 1958 all’estate del 1960, venne realizzata una diga in calcestruzzo armato a doppio arco, alta 261 metri, due volte l’altezza della cupola di San Pietro, con uno spessore di 22 metri alla base e di 3,4 metri alla sommità e con 170 chilometri di perforazione per stabilizzare le spalle.

Sotto il profilo ingegneristico, dunque, si trattò di un’esperienza altamente rappresentativa della capacità costruttiva italiana. Ancora oggi è la quinta diga più alta del mondo, così ben realizzata da reggere il tremendo impatto della frana e dell’onda senza crollare.

Quella del Vajont è una storia tremenda, un avvenimento senza tempo, poiché in tre drammatici minuti si sono concentrati molti degli aspetti della vita civile, sociale, economica e politica che portiamo ancora oggi con noi.

Il Vajont è uno spaventoso dramma e il suo posto non è solo sui libri di storia. Il Vajont, per molti nostri concittadini, così come per me, è “la” storia. Nella storia ci sono l’uomo e il suo ingegno, la sua ambizione, la sua presunzione, i suoi limiti; ci sono il territorio e la natura: deboli, fragili e poi furiosi, come lo sono i territori di montagna, verso i quali – mi sia consentito – è il caso di rivolgere attenzione più frequente e al di fuori delle occasioni di sola circostanza. Desidero, a questo proposito, ringraziare davvero il presidente Grasso, che ha confermato la propria presenza a Longarone domani, 9 ottobre, ad ulteriore conferma della vicinanza delle istituzioni alla montagna bellunese.

Nella vicenda ci sono poi le famiglie, quelle scomparse, quelle dei superstiti, quelle dei sopravvissuti. Ci sono le imprese, che dalle macerie, insieme alle lungimiranti «leggi Vajont», hanno fatto un miracolo, portando al Paese una delle realtà industriali e produttive più avanzate d’Europa. Ci sono i volontari, che proprio attraverso quell’esperienza drammatica ci hanno fatto conoscere lo straordinario valore della solidarietà: alpini, vigili del fuoco, associazioni, il primo nucleo dell’odierna e invidiata Protezione civile.

Nel Vajont, infine, c’è lo Stato, quello Stato che fu concedente del diritto alla derivazione idraulica, controllore della realizzazione e della gestione dell’impianto, infine giudice della tragedia. Uno Stato verso il quale spesso si è rivolta la rabbia di chi aveva perso tutto e dallo Stato giustamente pretendeva risposte al proprio smarrimento.

Purtroppo, di fronte ad un evento così lacerante e poderoso, lo Stato non ha saputo opporre in tempi adeguati una forza d’azione altrettanto potente. Le richieste di giustizia si sono infrante contro proclami disattesi e azioni tardivamente riparatrici. Basti solo pensare che le vicende legate ai risarcimenti si sono chiuse dopo addirittura 37 anni.

Un accadimento di tale portata richiede una memoria attiva, operativa e proiettata al futuro. I temi della sicurezza, della valutazione del rischio, dell’analisi ambientale, della prevenzione e della gestione delle emergenze, dello sviluppo e dell’innovazione (ad esempio, nel campo dei modelli di fluidodinamica), della ricerca scientifica, del supporto psicologico in caso di calamità e della gestione ed elaborazione del lutto, dopo il Vajont sono divenuti progressivamente quotidianità.

Non si tratta, dunque, solo di ricordare; quanto ci consegna la tragedia è che in nessuna attività deve essere lasciato spazio alla superficialità consapevole e che nessun interesse particolare può consentire l’approssimazione nelle scelte. Ricordiamolo per primi noi, onorevoli senatrici e senatori, che siamo chiamati al compito di regolare la società con norme giuste ed efficaci, le quali possono rappresentare il primo e fondamentale atto di prevenzione.

Il Vajont – concludo – appare come una sorta di grande cicatrice che è stampata nella storia della nostra Italia. Ricucire i tessuti lacerati dalla tragedia non è sufficiente: fondamentale è che la memoria del dramma riporti all’attualità un’esperienza fatta di errori ed insieme di una straordinaria capacità di ripartire.

Nel cinquantesimo anniversario di quella tremenda notte del 9 ottobre 1963, auguro ai miei concittadini, alle nostre montagne e al nostro Paese di portare sempre con sé la solidità e la concretezza di intenti che, dopo il dramma, ci consentì di rinascere.

Roma, 09 ottobre 2013